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Palette d’autore: i colori che hanno fatto la storia dell’arte
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Quando un pigmento diventa emozione universale
Immagina di trovarti davanti a un quadro di Pablo Picasso, collocabile nel suo Periodo Blu, (ci troviamo tra il 1901 e il 1904), in esso riusciresti a percepire non solo mera pittura, ma pura e profonda atmosfera che ti avvolge, accompagnata dalle chiari vibrazioni di ogni pennellata presente. Il blu, di quegli anni, diventa il suo intimo linguaggio, e ciò venne scaturito da quel senso di colpa che segue il suicidio dell’amico, pittore e poeta, Carlos Casagemas, in cui il colore per Picasso divenne la possibilità di espressione di tutte le sue riflessioni e i suoi dolori. Le opere di quel periodo riflettono esattamente quella bolla malinconica in cui si era rinchiuso, resa ancora più potente ed evidente da quella forte scelta cromatica. Prendiamo come esempio quadri come La Vie o The Old Guitarist, in essi è possibile osservare la forte presenza e utilità del blu in cui diventa quasi viva e materica, riuscendo ad avvolgere i soggetti in un’aura indefinita quasi come se il tempo si fosse fermato. Il colore non funge più solo come solo mezzo visivo, come generalmente si crede, ma è pura estensione dello stato d’animo dell’artista cubista, in cui assume le capacità di poter comunicare solo visivamente senza parole; senza esso o con solo un’altra tonalità gli stessi quadri avrebbero tutt’altro significato oppure ne sarebbero privi.
Il blu ha continuato a vivere nell’arte, e non solo, anche oltre Picasso, caricandosi di altri significati e diventando uno dei fondamentali protagonisti della ricerca artistica. Quando nel 1957 Yves Klein a Milano presenta le sue tele monocrome blu nella mostra Proposte Monochrome, epoca blu, ha mostrato come non abbia banalmente scelto una tinta qualsiasi, ma dato un valore mistico e sensoriale al blu. L’International Klein Blue, sviluppato in collaborazione con un chimico, è un pigmento profondo e denso, che sembra quasi avere le capacità di assorbire lo sguardo dello spettatore e trasportarlo altrove. Il Centre Pompidou ha riportato che Klein stesso definiva il blu come quel colore che va “al di là delle dimensioni”; come nel caso di Picasso, basta osservare i suoi quadri per essere proiettati in una dimensione senza tempo in cui si ha la sensazione di essere fermi e sospesi in attesa che tutto si sblocchi.
Osservare una tela di Klein potrebbe davvero farti sentire come se stessi nuotando nell’oceano aperto, o vagando in uno spazio senza tempo come se il blu potesse respirarti dentro. Anche altri artisti hanno esplorato la potenza delle palette cromatiche per evocare e suscitare emozioni in sé e negli spettatori. Parliamo, ad esempio, degli studi sulla sinestesia e il colore attuati da uno dei fondatori dell’arte astratta: Wassily Kandinsky (1866-1944). “Il colore è un mezzo per influenzare direttamente l’anima”, scrisse egli stesso in un suo testo del 1911, in cui appunto esprime il suo pensiero sul colore e sulla sua forza spirituale. Se vai ad osservare le sue opere, noterai che le tonalità che ha scelto sembrano andare a creare una sorta di ritmo, quasi alla pari di quello creato dalle dita allo battere della tastiera di un pianoforte, per cui il colore non solo va a decorare il quadro stesso ma esprime tutto il suo significato. La sua piccola opera teorica On the Spiritual in Art, del 1909 ma pubblicata solo nel 1911, egli esprime proprio questo desiderio di espressione dell’arte attraverso i colori e spiritualità astratta, piuttosto che alla mera rappresentazione della realtà, in cui grazie a ciò è possibile andare a stabilire un rapporto tra emozione e percezione visiva: l’esempio fatto poche righe prima sul ritmo ricreato sulla tastiera di un pianoforte, non è stato fatto a caso, ma va a riferirsi proprio alla sua visione e utilizzo del colore che per lui era come ascoltare una sinfonia. Kandinsky, dunque, non dipingeva con i colori, ma li “suonava”, dando vita a composizioni visive che l’osservatore avrebbe potuto ascoltare interiormente, dando vita a infinite e uniche sinfonie soggettive. Mark Rothko, invece, fa un passo ulteriore nel legame tra colore ed emozione. In questo vediamo un’approccio completamente diverso, dove in qualche modo il pittore cerca di connettere la sua visione di negatività verso la morte e connetterla alla vita. Egli disse: “Sono interessato solo a esprimere emozioni umane fondamentali, tragedia, estasi, destino e così via […]” Le sue campiture di rossi, arancioni, gialli o neri non rappresentano nulla di riconoscibile, ma arrivano comunque dritte al cuore, in modo silenzioso andando a smuovere stati emotivi vari come quiete, angoscia o solennità.
Visitare la Rothko Chapel a Houston, in cui è possibile osservare tele su tele nere e viola, potrebbe benissimo essere paragonata a un’esperienza di meditazione e questo grazie all’enorme capacità espressiva del colore da parte del pittore, in cui non è l’osservatore a guardare il colore ma esattamente il contrario, come disse il filosofo austriaco Wittgenstein esso permette di “sognare di nuovo il sogno dell’artista”. Tutti questi esempi raccontano qualcosa di profondo: il colore non è mai solo estetica, ma è pura narrazione emotiva; è un codice personale composto da tensione interiore. L’artista non sceglie mai un colore solo per armonia visiva, ma per poter comunicare un qualcosa di ben specifico che è più facile esprimere a colori piuttosto che a parole. Ogni palette che compone un quadro è una dichiarazione di uno stato d’animo, di un pensiero o di esposizione dell’artista stesso; per cui, riuscire a comprendere le scelte cromatiche dei vari artisti significa vuol dire arrivare al loro pensiero o stato emotivo e quindi comprendere il fulcro di quella specifica opera. In quest’ottica, è definitivo che il colore sia a tutti gli effetti un linguaggio composta da una voce e da memoria. Nel nostro quotidiano questa riflessione può essere attuata, quindi non rimane un qualcosa che si ferma solo all’arte, ma fa parte della nostra memoria emotiva; è un linguaggio antico, ma sempre efficace e immediato, che ci accompagna il nostro vissuto permettendoci di raccontarlo e spiegare chi siamo e come ci sentiamo.
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Giorgia Cillari
Editore
Sono l’anima dietro Amurìa, un filo blu che intreccia emozioni, storie e verità nascoste. Porto con me il sole di Palermo e il cielo mutevole di Roma, cercando in ogni pagina un rifugio dove le parole possano respirare e i lettori ritrovare un pezzo di sé.










